people holding flags during daytime

Giugno è il mese del Pride, dei colori e delle bandiere arcobaleno, ricco di cortei e di celebrazioni, e per molte persone è un momento di festa, visibilità e rivendicazione della propria libertà di espressione, mentre per altre è qualcosa che ha più a che fare con la propria sfera intima e anche più complessa, dove emozioni sopite tornano a galla, oppure domande rimaste senza risposta tornano a farsi sentire, e il confronto con il mondo esterno può essere tanto liberatorio quanto faticoso.

Come psicologa, il mese del Pride mi ricorda ogni anno quanto la salute mentale e l’identità siano profondamente intrecciate, e quanto risulti fondamentale parlarne, senza tabù e senza semplificazioni di sorta, e non provare paura a chiedere aiuto.

Cosa significa “benessere psicologico” per la comunità LGBTQIA+

Il benessere psicologico non è sinonimo, come si potrebbe pensare, di assenza di difficoltà, ma è la capacità di stare con se stessə, di conoscersi, di costruire relazioni autentiche e di abitare il proprio corpo e la propria identità con un senso di efficacia.

Per le persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+, questo percorso può risultare a volte più complesso di così, e non perché ci sia qualcosa di “Sbagliato” nel riconoscersi, ma perché crescere in una società che ancora fatica ad accogliere pienamente la diversità può lasciare tracce indelebili e segnare il corpo, le relazioni, e più in generale la percezione che si ha di sé.

Il peso dello stigma sulla salute mentale

Come riportato da una revisione sistematica pubblicata su The Lancet Psychiatry (Semlyen et al., 2016), le persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+ possono mostrare tassi più elevati di ansia, di depressione e di disagio psicologico rispetto alla popolazione generale, e questo non perché l’orientamento sessuale o l’identità di genere siano di per sé fonte di sofferenza, ma perché la sofferenza può nascere dallo stigma sociale, dalla discriminazione, dall’invisibilità e dalla mancanza di modelli di riferimento positivi che possono ricadere sulla salute della persona coinvolta; si parla in questo caso del fenomeno dello stress delle minoranze (Minority Stress), in cui il carico aggiuntivo che deriva dall’essere parte di un gruppo marginalizzato spesso si porta addosso in silenzio, si percepisce come qualcosa da normalizzare (“E’ normale sentirmi così”), e a volte si può fare fatica persino a nominarlo.

Il coming out: un processo, non un momento

Uno degli aspetti più fraintesi della vita delle persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+ è il coming out, perché spesso viene visto come un evento o un momento preciso in cui si “Rivela” qualcosa della propria identità, ma in realtà si tratta di un processo continuo, che si ripete ogni volta che si entra in un nuovo contesto in cui ci si deve presentare, come una nuova scuola, un nuovo lavoro, o ancora una nuova famiglia allargata, e che coinvolge prima di tutto se stessə, poiché, prima di dirlo agli altrə, bisogna dirselo. Per questo si tende a non rifersi più molto a questo termine, ma si invita a riflettere di più sugli aspetti legati proprio al riconoscersi, all’accettarsi per darsi il permesso di essere, e questa può risultare spesso la parte più lunga e delicata.

Cosa può fare un percorso psicologico

Un percorso psicologico non serve a “Risolvere” l’identità, ma può aiutare a creare uno spazio in cui esplorarla senza giudizio, in cui dare un nome a ciò che si sente, prendendone consapevolezza per elaborare eventualmente le esperienze dolorose che si stanno attraversando, come ad esempio il rifiuto, la solitudine oppure la vergogna, e costruire una relazione più autentica ed efficace con se stessə per ascoltarsi davvero, poiché la sfera affettiva e sessuale, come il vissuto del proprio corpo, il desiderio, le relazioni, l’intimità rappresentano aspetti che si intrecciano spesso con la propria storia personale, con le aspettative sociali e familiari e con la necessità di trovare un modo personale di vivere l’amore e la sessualità.

Il Pride come atto di cura

Partecipare al Pride può avere un valore psicologico reale e anche potente, poiché la visibilità può aiutare nel vedere riflessa la propria esistenza nel mondo esterno, incontrando altre persone con storie simili, e sentendo soprattutto che non si è solə nella ricerca e costruzione del proprio benessere mentale.

Non è “Solo una festa”, ma è un vero atto collettivo di riconoscimento, che nasce dall’essere vistə, accoltə e confermatə nella propria esistenza, e rappresenta uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano.

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